Il centrosinistra? Serve il programma ma pensano al leader #intervista #IlSecoloXIX

Intervista raccolta da Pierfrancesco Derobertis
Professor Gianfranco Pasquino, insigne politologo, professore emerito di Scienza della politica (in libreria il suo più recente “Il bello della politica”, editore Il Mulino), dall’alto della sua sapienza ci aiuti a valutare lo stato di salute dell’alleanza di centrosinistra.
«Direi febbricitante, proprio nel proprio senso della parola. Un po’ perché non stanno bene, un po’ perché pensano di poter vincere, però non è affatto sicuro».
Perché lei crede che possano non vincere?
«Non hanno un programma condiviso, almeno finora, e la lotta per la leadership tra Conte e Schlein non promette niente di buono».
Come giudica la prospettiva primarie?
«Le primarie fatte bene sono un grande strumento politico perché attirano l’attenzione sui partiti, ne segnalazione sui partiti, ne segnalano la democraticità, consentono ai leader di presentare la loro persona. Se fatte bene».
Chi vede favorito?
«Conte tra i due non mi non mi pare quello che è meglio piazzato, ma se alla fine vincesse non vedo tutti questi problemi».
Se la segretaria Pd dovesse perdere le primarie sarebbe di fatto obbligata a lasciare la guida del partito?
«Ovviamente dovrebbe dimettersi subito. Significherebbe che non ha la fiducia del suo elettorato».
Lei vede un Pd così compatto sulla segretaria?
«Chi nel Pd non sta con Schlein lo deve dire a voce alta, con chiarezza».
È possibile l’arrivo di un terzo o quarto incomodo?
«Certamente. Chi vuole guidare la coalizione deve semplicemente candidarsi alle primarie. Sento circolare di nomi, e la mia risposta è “ci provino”».
I possibili terzi o quarti incomodi di area Pd non rischiano di avvantaggiare Conte, che invece può contare su un partito tetragono?
«Penso di sì, e anzi, credo che entrino in campo esattamente per quello».
Parliamo un po’ delle regole con le quali potrebbero svolgersi le primarie. Le vede a turno unico o due turni?
«La prima cosa da prevedere è una bella raccolta di firme. Non è che uno si alza e dice “voglio partecipare”. L’ipotetico terzo candidato deve dimostrare che ha un minimo di seguiti iniziali».
Prima regola. Poi?
«Bisogna stabilire chi vota. Votano solo gli iscritti ai Cinque Stelle, al PD e a eventuali altri partiti? Oppure sono primarie aperte a chiunque si reca a votare? Si deve conferire un obolo e dire che si appoggia il programma complessivo del partito?».
Questo comporta che il programma a quel punto sia già stilato.
«Esatto, e qui c’è un lavoro comune da fare. Non banale».
Poi è da capire come determinare il vincitore.
«Sono convinto che bisogna ottenere almeno la maggioranza assoluta, altrimenti si va a ballottaggio. Quindi in due turni».
Lei vede di buon occhio la votazione allargata all’online?
«Sono molto favorevole all’online, certamente».
Anche se molti dicono potrebbe avvantaggiare Conte.
«Non condivido per niente questa idea. L’online avvantaggia l’elettore, il quale può votare da casa e quindi la partecipazione ne gioverebbe».
Si discute molto nel centrosinistra se viene prima il programma o il leader. Lei da che parte si schiera?
«Il recinto con il perimetro programmatico deve esserci, naturalmente. Non è che entrano in campo le persone dicendo io sono più bello, io sono più bravo, io sono più alto. Quindi prima il programma. Poi è chiaro che il programma viene interpretato dalle valorialità segnalate dai singoli candidati. Il leader non è indifferente che sia l’uno sia l’altro».
Che giudizio ha della nuova legge elettorale?
«Mi pare pessima, in generale. Le leggi elettorali sono fatte per eleggere i parlamenti, questi invece vogliono eleggere il governo, che non si vede da nessuna parte al mondo».
Alle condizioni di oggi è possibile che nessuno arrivi al 42 per cento.
«E si torna al proporzionale, cercando in Parlamento il governo migliore».
Come una volta.
«Esattamente così. Alla vecchia maniera, che mi pare non fosse così malvagia la vecchia maniera».
Ma da quel tipo di governi siamo scappati a gambe levate, a furor di popolo, dicendo che i governi non duravano, gli elettori non avevano potere di scelte …
«Tutte le obiezioni corrette, naturalmente. Dopodiché abbiamo fatto peggio e quindi forse torniamo indietro, avendo imparato la lezione, faremo meglio».
Pubblicato il 13 agosto 2026 su Il Secolo XIX
Prima l’Europa, poi il filosofare. La lezione di Pasquino per il campo largo @formichenews

La politica estera e di difesa di un paese è il volto che tutti possono vedere sulla scena internazionale. Giorgia Meloni l’ha capito per tempo lasciando le sue alte grida al Congresso di Vox e passando a sorrisi, ammiccamenti (fin troppi), photo opportunities con i potenti e i meno potenti del mondo. Non è chiaro, invece, se i largocampisti abbiano piena consapevolezza dell’importanza delle cose che dicono, fanno, dovrebbero fare, almeno, soprattutto, in Europa. Un Partito Democratico non può non stare con una democrazia, ancorché con inevitabili problemi, come l’Ucraina. Non dovrebbe avere nessuna remora nel criticare l’aggressore e il suo bellicoso autoritarismo personalistico. Un Partito Democratico non può non cercare di coordinare la sua politica estera e di difesa con il Partito Socialista Europeo, ovvero con tutti gli altri partiti dello schieramento di cui fa parte nel Parlamento Europeo.
Un Partito Democratico che si candida a governare uno dei paesi più importanti dell’Unione Europea deve evidenziare, non soltanto come omaggio verbale ai suoi europeisti federalisti, a partire da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni, senza dimenticare Alcide De Gasperi, che il suo europeismo è una scelta di campo consapevole, totale e irreversibile. Che non è una politica elastica e mutevole, non è un punto programmatico comme les autres, ma costituisce un valore sostanzialmente non negoziabile. La traduzione di quel valore in politiche europee e nazionali può essere discussa, variamente formulata, adattata ai tempi e ai luoghi, concordandola, in patria (sic) con coloro che sono disponibili ad un’alleanza di governo, e a Bruxelles con i referenti politici e parlamentari.
Se, rumorosamente, persino, irritantemente, Giuseppe Conte e il “suo” Movimento affermano che non bisogna più dare armi all’Ucraina e non bisogna dare vita ad una difesa europea comune e se, meno palesemente, ma non meno insistentemente, discorsi simili fanno i leader dell’Alleanza Verdi e Sinistra, abbiamo un problema (che neppure tutti gli ingegneri della Nasa a Houston saprebbero risolvere).
L’europeismo vero e sincero può aprire, quantomeno lo consente e facilita, le porte del “campo” ad altri giocatori europeisti coerenti, come probabilmente già sono Matteo Renzi e Carlo Calenda. Ma toccherà a loro definire i punti programmatici istituzionali, economici e culturali sui quali fare convergenza con il programma del PD, rimodularlo, arricchirlo. Si può. Primum Europa, deinde philosophari. Fino al governo.
Pubblicato il 11 agosto 2026 su Formiche.net
La propaganda anti migranti serve a celare 4 anni di nulla @DomaniGiornale

In attesa della, meritata, Festa, il 4 settembre, per avere guidato il governo più lungo nella storia della Repubblica, c’è più di qualcosa che stona a Palazzo Chigi e dintorni. Quello sarà un giorno di bilanci non solo per la durata del governo poiché la durata ha un senso quasi esclusivamente se è la indispensabile premessa della sua produttività e vi si accompagna. Quei bilanci saranno, a loro volta, l’inizio di una, non sappiamo quanto, lunga campagna elettorale. Dunque, l’argomento prescelto detta il tono, rivela quale punto di forza Giorgia Meloni ritiene di potere sfruttare al meglio. L’immigrazione?
Se la Presidente del Consiglio si butta sull’emergenza immigrazione, con un assist paradossalmente offertole dal socialista Pedro Sanchez, e lo fa con durezza, ribadendo soluzioni non proprio di successo, come lo hub costosamente costruito in Albania, e facendo riferimento ad Piano Mattei, molto sbandierato, ma neppure iniziato, è logico dedurre che pensa di trarne copiosi frutti elettorali. Forse c’è di più, vale a dire il tentativo di rintuzzare la sfida che viene dal generale Vannacci con la parola d’ordine remigrazione. Certo, comunque, che affidarsi a questa problematica significa credere che qualsiasi altra politica formulata e attuata dal suo quadriennale governo abbia minore importanza per i cittadini elettori.
E allora cominciano i conti e i rimpianti. I conti riguardano soprattutto il lavoro e le bollette. I dati sull’occupazione si prestano a interpretazioni divergenti tali da non renderne possibile un uso trionfalistico, ma qualche corifea di FdI ci prova. Tremendo, invece, è il dato sul salario dei lavoratori che è addirittura declinato negli ultimi dieci anni e che pone l’Italia all’ultimo posto o quasi fra ventisette stati-membri dell’Unione Europea [se il direttore Fittipaldi me la lascia passare aggiungerei: Qualche riflessione autocritica sulle loro iniziative e sulle loro forme di lotta dovrebbe, forse, venire dai sindacati che potrebbero di conseguenza appoggiare la proposta di Elly Schlein di salario minimo garantito]. Inevitabilmente, questo dato si riflette su quello che per molti è il problema strutturale italiano: la bassissima crescita dell’economia nel suo complesso che non creando lavori di qualità incentiva e accompagna l’esodo dei giovani istruiti e ambiziosi.
Sul terreno istituzionale, le cose non sono andate affatto bene. Evitando il discorso sulla pessima legge elettorale, il cui difetto principale certo non è rappresentato dalle pure importanti modalità con le quali gli elettori riuscirebbero a votare la candidatura preferita, ma dal perseguimento ostinato di un obiettivo: la (impossibile) elezione di un governo stabile, che l’esperienza Meloni ha già conseguito, vi sono una sconfitta bruciante e un abbandono doloroso.
La sconfitta è quella referendaria quando il popolo sovrano è stato chiamato ad esprimersi e ha sonoramente bocciato la separazione delle carriere dei magistrati. L’abbandono doloroso, praticamente già certificato, è quello del disegno di legge sull’elezione popolare del Presidente del Consiglio. Vantato dalla stessa Meloni come la madre di tutte le riforme è finito nei cassetti dei parlamentari anche se ne viene tentata una resurrezione sotto forma dell’inserimento del nome del/la candidato/a quella carica che i partiti dovrebbero indicare sulla scheda elettorale. Con tutte le riserve del caso, che sono molte e già diffusamente espresse, saremmo nella situazione esemplare nella quale la montagna del premierato forte partorirebbe un topolino, debolino, e niente più.
Si capisce che per sfuggire al poco, niente, fatto male, Giorgia Meloni e il suo governo siano costretti a fare la faccia ferocissima sull’immigrazione e, in subordine, sulla sicurezza degli italiani. Come bilancio di un governo di legislatura mi pare piuttosto insoddisfacente. Non sono un cerchiobottista, ma finora rovistando nel campo largo ho trovato critiche che spesso condivido, ma non (ancora?) proposte alternative convincenti, scintillanti e trascinanti. Presumo, con una certa conoscenza di causa, che primarie fatte bene, si può, darebbero un notevole impulso programmatico.
Pubblicato il 12 agosto 2026 su Domani
Il Campo largo funzionerà? Audio #intervista #StartMagazine
Quei ricatti inaccettabili di Conte @DomaniGiornale

“Niente armi all’Ucraina” dichiara, non per la prima volta, ma più sonoramente e brutalmente, Giuseppe Conte. La sua posizione, al di là del merito: non difendere più una democrazia aggredita da un leader autoritario, ha una molteplicità di implicazioni rilevanti e pericolose. C’è un messaggio elettoralistico mandato a tutti coloro, sembra che siano molti, nell’Alleanza Verdi Sinistra e anche nel Partito Democratico, che hanno una opinione tristemente non dissimile. C’è un messaggio mandato direttamente a Elly Schlein: bisogna contarsi davvero nelle primarie stravolgendo tutto quello di buono che quelle elezioni possono dare, cioè, non soltanto legittimazione del prescelto, ma grande mobilitazione di attivisti, simpatizzanti, potenziali elettori, comunicazione politica a tutto campo (anche più largo), lancio della campagna elettorale con abbondanti informazioni sulle personalità, sul programma, sulle priorità, sulle soluzioni proposte. C’è un messaggio, non meno importante e minaccioso, mandato ai ventisei Stati-membri dell’Unione Europea che hanno finora sostenuto l’Ucraina: non potrete più contare sull’Italia.
Su questo argomento Conte vuole le primarie, presto, convinto di vincerle. La replica di Elly Schlein, che prima si scrive il programma del campo largo, poi con le primarie si decide la leadership, mira a costringere Conte ad un confronto/scontro su tutte tematiche, vincesse le elezioni, un governo progressista dovrà e vorrà affrontare. Sono tematiche e soluzioni sulle quali la leadership vittoriosa alle primarie avrà il diritto di chiedere appoggio assoluto e disciplina ferrea e i candidati perdenti avranno il dovere di comportarsi da gentiluomini onorando l’impegno programmatico. Con enorme facilità, ho formulato quello che è un libro dei sogni, non soltanto miei, ma che richiede un enorme sforzo da parte di chi pensa che quei sogni diventerebbero realtà praticabili soltanto se Conte e, se c’è, il gruppo dirigente dei pentastellati, cambiassero posizione. Oppure, se improvvisamente, si arrivasse, altro grande sogno, alla cessazione del conflitto. Altrimenti, tutto è affidato a quella che si è già preannunciata come una bruttissima conversazione.
Impossibile e sconsigliabile da parte della maggioranza (?) del Partito Democratico e dei commentatori non bollare il comportamento di Conte come ricatto e non sottolineare la sua bruciante ambizione di tornare alla guida del governo: Conte 3. Tertium datur. Logico, però, mettere in evidenza che lo potrebbe fare soltanto in una coalizione che includa tutto il Pd. Molto improbabile. Il ricatto di Conte si morde la coda, e peggio. Infatti, senza i voti del suo Movimento, il “campo” non sarà in grado di arrivare alla fatidica soglia del 42 per cento che consentirebbe di ottenere il premio di maggioranza. Potrebbe addirittura risultare che Conte sta ai progressisti come e forse più di quanto il gen. Vannacci sta alla coalizione delle destre: uno stigma di cui vergognarsi politicamente.
Come stanno le cose, comunque, è indispensabile che la segretaria del PD metta in campo (sic) tutta la sua sacrosanta ostinazione e chieda a Conte di esplicitare il suo ricatto, oops, chiedo scusa, di chiarire le sue richieste per fare parte della coalizione, non sotto forma di stentoreo ultimatum. Sarebbe altresì opportuno che, invece di stare a guardare senza esporsi, anche i dioscuri di AVS si assumessero qualche responsabilità nella conversazione, per quel che bisogna negoziare e nell’esito. So da tempo che la partita non è finita fino a quando non è finita, ma so anche che i comportamenti scorretti vanno sanzionati, anche con richiami forti alle regole democratiche, ad esempio il principio di maggioranza. Le deroghe, rarissime e solo se giustificabili, vanno concordate. Un Conte che si faccia espellere per protervia e smania dal campo largo porterà tutta la responsabilità di una quasi sicura sconfitta e della formazione del governo Meloni 2, senza o con i Vannacci suoi. Qualunquemente.
Pubblicato il 5 agosto 2026 su Domani
La mano di Pertini #2agosto #Bologna @formichenews Le quattro risposte alla strage di Bologna che parlano ancora all’Italia. Il commento di Pasquino

A 46 anni dalla strage fascista del 2 agosto 1980, il lascito più importante resta la qualità della risposta del Paese: solidarietà, unità, giustizia e memoria. Solo celebrando il 2 agosto è possibile andare oltre tutto quello che è stato il 2 agosto. Il commento di Gianfranco Pasquino, socio dell’Accademia dei Lincei, professore emerito di Scienza politica, UniBo. In libreria con “Il bello della politica” (il Mulino 2026)
Voglio ricordare, e vorrei che chi legge condividesse, la strage fascista alla stazione di Bologna per le riposte che vennero da uomini e donne della società civile e delle istituzioni. La prima risposta è quella dello straordinario impegno dei soccorritori che scavarono nelle macerie, che aiutarono i molti feriti, che diedero prova di una solidarietà senza pari. Filmati e foto la preservano per sempre. E per sempre quei cittadini, non solo bolognesi, si sono meritatamente guadagnati riconoscenza e affetto.
La seconda risposta è la mano di Sandro Pertini che si appoggia sul braccio di Renato Zangheri in Piazza Maggiore, sul palco con alle spalle la basilica di San Petronio, il patrono della città, che sta pronunciando un solenne discorso, essenziale, senza cedimenti retorici, di commemorazione delle vittime, di richiesta di verità e giustizia, di piena disponibilità alla collaborazione fra istituzioni, politica e persone. Quella mano del socialista Presidente della Repubblica Italiana sul braccio del sindaco comunista della città, non solo simbolo, ma esempio del buongoverno delle sinistre, esprimeva certo i sentimenti profondi di Pertini, ma conteneva un messaggio politico-istituzionale di altissimo rilievo. In quel momento, in quel luogo, il Presidente fortemente dava corpo all’art 87 della Costituzione che gli attribuisce il compito di rappresentare “l’unità nazionale”. Quelle bombe volevano lacerare quell’unità che il Presidente, già esponente di vertice dell’antifascismo militante, era totalmente consapevole di dovere difendere in maniera ostentata.
La terza risposta venne dai magistrati, da almeno tre generazioni di magistrati, al lavoro per individuare esecutori e mandanti della strage. Intralciati, depistati, denigrati, alcune decine di magistrati hanno svolto il compito difficilissimo di raccogliere le prove, di ricostruire il contesto, di identificare i responsabili, di processarli consentendo loro il massimo delle possibilità di difesa, di scrivere sentenze che hanno anche un valore storico. Comunque, quelle sentenze hanno prodotto una verità giudiziaria da molte prospettive inoppugnabile. Non abbiamo i nomi dei mandanti, ma i molti elementi raccolti e analizzati dai magistrati consentono di formulare molto di più che ragionevoli ipotesi e congetture. Non fu una strage di Stato, ma troppi funzionari e dirigenti statali, nei servizi segreti “deviati”, nella Forze Armate, nell’apparato burocratico, ebbero cognizioni e responsabilità. Furono più che “semplici”, ma volonterosi, felloni, traditori dello Stato democratico.
Da ultimo, ma davvero non minimo, credo che sia opportuno e giusto ricordare, apprezzare, elogiare l’attività indefessa dell’Associazione Parenti delle Vittime. Voglio farlo a cominciare dal suo primo presidente Torquato Secci, che nella strage perse un figlio. Tenere alta anno dopo anno, nel 2026 significa per 46 anni, la memoria, premere sulle autorità, organizzare un corteo sempre molto partecipato (chi scrive vi si è recato almeno 35 volte) significa svolgere un importantissimo compito civile. Senza memoria un popolo sarebbe una massa indistinta di individui. La memoria consente di costruire una storia, identità collettive anche conflittuali, un futuro. Solo celebrando il 2 agosto è possibile andare oltre tutto quello che è stato il 2 agosto.
Pubblicato il 1° agosto 20 26 su Frormiche.net
Quel che so sul voto di preferenza #ParadoXaforum

Nelle elezioni tenutesi il 26 giugno 1983, candidato indipendente nelle liste del Partito Comunista Italiano nella circoscrizione Bologna-Ferrara-Ravenna -Forlì, ottenni 14.566 preferenze risultando l’ultimo degli eletti- Però, eletto anche al Senato (sì, era possibile essere candidati in entrambi i rami del Parlamento e in più circoscrizioni) nel collegio di Portomaggiore Ferrara, optai per il Senato. Grazie al PCI avevo fatto una intensa campagna elettorale sul territorio distribuendo un numero notevole di cartoncini, me li ricordo, grigi e dimessi, che portavano due nomi: Renato Zangheri (già notissimo sindaco della città di Bologna, capolista) e il mio. Per ragioni politiche, il capolista doveva fare il pieno di preferenze trascinando il “prestigioso” professore che con la sua candidatura “legittimava” il PCI e avrebbe portato in Parlamento le sue importanti (aggettivo mio, e ci credo) conoscenze politologiche. Gli analisti comunisti del voto giunsero alla ragionevole conclusione che un migliaio o poco più di quei voti di preferenza erano di elettori/elettrici attratti dalla mia presenza in una lista che altrimenti non avrebbero votato.
La legge elettorale allora vigente per la Camera dei deputati consentiva agli elettori di esprimere, a seconda della dimensione della circoscrizione, valutata con riferimento al numero dei deputati da eleggere, fino a tre o quattro preferenze scrivendo semplicemente il numero di lista del candidato oppure il suo (nome e) cognome. Per curiosità e per interesse professionale, ho più volte fatto lo scrutatore e anche il presidente del seggio di Torino dove votavo negli anni sessanta del secolo scorso. Il numero di schede contestabili e contestate era minimo. Gli elettori arrivavano preparati. E la percentuale di preferenze espresse erano regolarmente intorno al 30, quelle comuniste precise, ordinate, rispettando un pattern di quartiere. Quelle socialiste erano piuttosto variegate. Quelle democristiane riflettevano la popolarità locale del candidato già in parlamento, consigliere comunale, sindacalista. Non ci furono brogli né accordi sottobanco.
Altrove, sì. Nel 1987 nella circoscrizione Napoli-Caserta successe di tutto. Su ricorso di un candidato democristiano che denunciò lo scippo di preferenze espresse sul suo nome, la Giunta per le elezioni della Camera rilevò una pratica molto truffaldina di accordi fra gli scrutatori e i rappresentanti di lista. Nelle schede elettorali nelle quali gli elettori non avevano espresso voti di preferenza veniva consentito di farlo agli scrutatori di quel partito che chiudevano gli occhi su pratiche simili effettuate dagli scrutatori di altri partiti, apparentemente con la sola eccezione del PCI, il cui capolista era Giorgio Napolitano. I capolista di alcuni partiti del pentapartito, più precisamente il Ministro degli Interni Antonio Gava (DC), il vice segretario Giulio Di Donato (PSI), il Ministro della Sanità Francesco Di Lorenzo (PLI), avevano un fortissimo interesse e bisogno di gonfiare il loro bottino di preferenze come prova di grande sostegno popolare da tradurre in potere politico nel rispettivo partito e nel governo.
Da qualche anno era cominciato, mi permetto di aggiungere anche per merito mio, un dibattito intenso e aspro sulla eventualità di una riforma della legge elettorale. Alla (legge) proporzionale nella sua variante italiana si imputava, non senza più di un fondo di verità, di rendere molto difficile l’alternanza. La soluzione suggerita era quella di ridurne la proporzionalità, se non, addirittura sostituirla con una legge maggioritaria: l’uninominale inglese oppure, con meno sostenitori, il doppio turno francese. Nel parlamento eletto con quella proporzionale, nonostante qualche malcontento, non esisteva nessuna maggioranza riformatrice. Anche con la partecipazione di alcuni parlamentari, me compreso, si formò un Comitato per la Riforma Elettorale che intraprese la via del referendum abrogativo. Era una via perseguibile poiché la legge elettorale non sta nella Costituzione. Però, venne subito sbarrata dalla Corte Costituzionale. No all’abrogazione della legge nella sua interezza poiché nessun organismo costituzionale, in questo caso il Parlamento, può rimanere privo della legge che gli ha dato vita. I proponenti si trovarono costretti a procedere ad un delicato e raffinato ritaglio di alcune parole per sottoporre un quesito che riguardava il voto di preferenza. L’esito fu il quesito referendario che riduceva le preferenze esprimibili a una soltanto scrivendo il cognome del prescelto, quindi rendendo impossibili i troppo facili brogli con la manipolazione dei numeri.
La campagna elettorale dei proponenti fu improntata alla grande opportunità offerta ai cittadini di scegliere il loro rappresentante in Parlamento quasi come se si stesse andando verso un sistema maggioritario in collegi uninominali: una felice ambiguità. Divenuti consapevoli del significato della sfida pericolosissima alle loro rendite di posizione, i dirigenti dei partito, ad eccezione dei comunisti per lo più non desiderosi di esprimersi in materia, tentarono in ordine sparso, di fare fallire il referendum per mancanza di quorum ovvero il raggiungimento della maggioranza assoluta dei votanti. Ancora oggi le indicazioni di cosa fare invece di recarsi alle urne appaiono rivelatrici. La più nota fu quella del segretario socialista Bettino Craxi: andare al mare. A ruota arrivarono il leghista Umberto Bossi: fare una passeggiata nei boschi padani; il ministro democristiano che sovrintendeva alle elezioni Antonio Gava: stare a casa con gli amici; il leader democristiano Ciriaco De Mita: giocare a carte, tressette.
Invece, il 9 giugno 1991, sorprendendo tutti gli osservatori e gli stessi proponenti, 29.609.635 italiani, il 62,5 percento (quorum abbondantemente superato) si recarono alle urne, Il 95, 57 per cento di loro, 26.896.979 votarono “sì” (1.247.908, 4, 43 per cento “no”) aprendo la via ad una riforme elettorale in senso maggioritario. Prima, però, si tennero le ultime elezioni politiche con “la proporzionale”, le uniche con la preferenza unica, sufficienti a produrre conseguenze tanto inattese quanto di grande impatto sui partiti. Commissionate appositamente, le analisi dell’uso e delle conseguenze della preferenza unica in cinque circoscrizioni raccolte nel volume da me curato e introdotto: Votare un solo candidato. Le conseguenze politiche della preferenza unica (Bologna, il Mulino, 1993) rivelano che gli elettori non ebbero nessuna difficoltà nell’avvalersene. Più importante è che non si produssero fenomeni di scambi impropri, brogli e corruzione. In seguito, poiché su possente spinta dei referendum elettorali del 1993, il Parlamento procedette alla redazione ad opera dell’on. Sergio Mattarella di due nuove leggi che assegnavano tre quarti dei seggi in collegi uninominali, di voto di preferenza non si dovette discutere.
La legge Calderoli (2005), con la quale Berlusconi sostituì la legge Mattarella, contemplava unicamente liste bloccate. Soltanto se le liste erano bloccate, diventava possibile fare entrare in Parlamento esponenti della società civile, altrimenti surclassabili nella raccolta dei voti dai politici di mestiere e dalle loro reti di relazioni e di affari. Inoltre, i nominati o cooptati dal leader, consapevoli di dovergli il seggio e ancor più qualsiasi eventuale ambita rielezione, sentivano l’obbligo della disciplina di voto. Si spiega anche così la vergognosa votazione che riconobbe a Ruby la qualifica di nipote del dittatore egiziano Mubarak. L’ostilità alle preferenze da parte di Forza Italia continua oggi manifestata dal leader Antonio Tajani che già esercita scarso controllo sui suoi gruppi parlamentari, meno che mai ne avrebbe se fossero molti gli eletti grazie alle preferenze guadagnate sul campo.
Meglio chiarire subito che l’alternativa sulla quale i partiti della maggioranza di destra si dividono non è propriamente limpida. Vero è che, da un lato, stanno i sostenitori delle liste bloccate, ma, dall’altro, non si trovano coloro che vogliono consentire agli elettori di esprimere liberamente almeno una preferenza, Infatti, i capilista, in non pochi casi gli unici eletti per partiti medio-piccoli, sarebbero comunque bloccati. Inoltre, verrebbero predefiniti i candidati preferenziabili, fra i quali gli elettori potrebbero assegnare i loro voti, presumibilmente con alternanza di genere. Stupisce e rattrista notare che molte donne politiche si sono schierate contro il voto di preferenza che le svantaggerebbe. Al contrario, il ripescaggio della preferenza unica, argine alla formazione di pericolose “cordate”, consentirebbe alle donne di fare appello al voto di tutti coloro, oramai sperabilmente molti, che sono giunti alla convinzione che in generale e in Parlamento il punto di vista delle donne meriti di essere espresso e rappresentato, confortato e potenziato da un solido bottino di voti di preferenza. Inoltre, vale per entrambi, gli uomini e le donne, la competizione per le preferenze con la possibilità di votare la candidatura più gradita può riportare alle urne una parte di astensionisti. Ragionamento: “Sono tutti eguali, ma la mia candidata è molto preferibile, non è paracaduta, ma enfant du pays, una di noi, ci conosce e la conosciamo, potremo raggiungerla facilmente, lamentarci con lei, spronarla e decidere, a sua ‘saputa ‘, se rivotarla o bocciarla”. Insomma, un (unico) voto di preferenza può servire a cambiare non poco la brutta politica (dei capilista bloccati e dei loro sponsor).
Pubblicato il 27 luglio 2026 su PARADOXAforum
La sinistra è una Babilonia, ma può vincere @DomaniGiornale

Descrivere e criticare il centro-sinistra alias campo largo come una Babilonia di linguaggi, di posizioni, di preferenze dichiarandole inconciliabili, al limite esplosive, è fin troppo facile, ma anche fin troppo sbagliato. Per avere un quadro più adeguato e convincente, non necessariamente roseo e rassicurante, sarebbe opportuno procedere a individuare anche tutte le tematiche sulle quali i largocampisti hanno posizioni, almeno a parole, simili e condivise, convergono, esprimono alternative praticabili e, quando possibile, le mettono all’opera.
Riequilibrata la prospettiva, non voglio affatto, e mi riuscirebbe male assai, essere rassicurante e sostenere che il centro-sinistra, confortato dai sondaggi, incrociando le dita viaggia a vele, non cazzate (sic), ma spiegate verso Palazzo Chigi. Tutt’altro. Non soltanto alcune differenze di opinione rimangono larghe e alcune preferenze specifiche risultano profonde, ma so e solennemente affermo che i sondaggi fotografano una situazione contingente e che le campagne elettorali possono essere decisive tanto per gli errori che vi si fanno quanto per le innovazioni che vi si producono, ma anche per la loro conduzione: chi e come.
I più importanti frequentatori del campo, che non sappiamo quanto largo riuscirà ad essere (“mi si nota di più se ci sono o se mi chiamo fuori?” copyright Nanni Moretti che di sinistre e sinistri se ne intende, eccome) sembrano interessati proprio al tema, ovviamente molto importante, di chi lo guiderà: Schlein, Conte o tertia datur. Già si prospettano duelli fatali con Giorgia Meloni, forte della sua visibilità che cura con appassionato impegno e che potenzia poiché lei sarà in grado di offrire all’elettorato qualcosa di molto solido: le performance del governo più duraturo della storia d’Italia. Le opposizioni farebbero molto male a giocare di rimessa accettando l’agenda della destra. Critiche puntuali, severe, documentate sono doverose, meglio se formulate da chi è credibile. Ma il catalogo delle promesse, anch’esse credibili, del campo largo deve essere nettamente diverso, a maggior ragione se si rivolge ai ceti trascurati dalle destre.
Un po’ dappertutto nel mondo “libero”, a partire dai Democratici USA e continuare con la gauche plurielle francese, le sinistre sono sociologicamente molto più diversificate delle destre e, spesso, troppo reciprocamente concorrenti e diffidenti. Non aspettatevi da me un apprezzamento ipocrita facente l’elogio della risorsa della diversità che nel recentissimo passato ha dimostrato di essere piuttosto una spada di Damocle abbattutasi su almeno due esperienze di governo (remember Prodi 1998, 2008?) Piuttosto, sottolineerò che un programma di non troppi punti e con alcune poche priorità è il luogo dove i gentiluomini e le gentildonne in politica risolvono, ridefiniscono, ricompongono le loro inevitabili differenze. Meglio non procedere attraverso interviste e dichiarazioni veicolate con un quid di sensazionalismo sui mass media. In una democrazia parlamentare, le opposizioni dovrebbero costantemente utilizzare il Parlamento per chiamare il governo a rispondere del fatto, del non fatto, del misfatto offrendo non un arco ampio di proposte particolaristiche, spesso rese ad arte conflittuali con quelle dei vicini, ma tre-quattro tematiche portanti (sì, anche nella controversa politica estera). In altri tempi si sarebbe giustamente e opportunamente parlato di governo ombra. Oggi la formazione di un organismo di Coordinamento parlamentare delle attività delle opposizioni sarebbe un passo gigantesco. Se, poi, come la buona rappresentanza politica suggerisce fortemente, i parlamentari del campo largo, almeno quelli non troppo paracadutati, andassero a interagire con i loro elettori, spiegando e insegnando, ascoltando e imparando, potremmo rallegrarci. Quella nobile attività che si chiama politica è tornata fra noi. Riconnette il Parlamento con le piazze e viceversa. Rivitalizza le opposizione e sfida il governo a dare risposte migliori. Persino Babilonia può diventare luogo di innovazione e successo.
Pubblicato il 29 luglio 2026 su Domani
Chi mina la fiducia nello Stato compie un atto eversivo @DomaniGiornale

Lo dovrebbero già sapere tutti. Secondo Max Weber, lo Stato è l’istituzione che detiene il monopolio dell’uso legittimo della violenza per garantire l’ordine e l’applicazione delle leggi. Anzi, quanto più lo Stato è capace di acquisire e di mantenere quel monopolio tanto più crescerà la sua stessa legittimità e, naturalmente, viceversa. Infatti, gli Stati falliti sono quelli nei quali c’è una guerra civile oppure imperversano bande armate. Nel Far West, troppo spesso malamente richiamato in Italia a proposito di episodi di violenza politica, la legge c’era, eccome, rappresentata da sceriffi, più o meno coraggiosi, e talvolta amministrata da giudici eletti più o meno scrupolosi. Naturalmente, né l’ordine né il predominio della legge sono acquisiti una volta per tutte. Al contrario, sono sfidati con una certa frequenza quanto più vengano ritenuti inadeguati e la loro legittimità risulti discutibile. Come notato da Antonio Gramsci, sono tutt’altro che rari i casi di sovversivismo delle classi dominanti che violano l’ordine costituito per piegarlo ai loro interessi.
In democrazia il rimedio trovato e sperimentato con successo consiste nella separazione delle istituzioni, ciascuna con una origine diversa e con un suo spazio di autonomia e di esercizio di potere, che si controllano e si bilanciano reciprocamente (checks and balances). Ciascuno di questi processi è portatore di conflitti che possono degenerare se i detentori del potere nelle istituzioni non riconoscono i loro limiti. L’esecutivo tenta di imporre la sua volontà al legislativo. Il giudiziario boccia gli atti dell’esecutivo e del legislativo, ma più di frequente il legislativo e soprattutto l’esecutivo spingono le loro critiche fino alla delegittimazione del giudiziario, delle sue sentenze, dei magistrati che le hanno dettate. Gli scontri istituzionali comportano spesso una perdita di legittimità dei protagonisti e delle istituzioni di cui fanno parte.
Quando viene meno la fiducia che le istituzioni e i detentori delle cariche opereranno nei limiti dei loro poteri, applicando le leggi e perseguendo obiettivi non solo particolaristici, ma anche generali, i cittadini che per un insieme di ragioni, politiche, economiche, culturali, possono permetterselo, pretenderanno privilegi e esenzioni, opereranno fuori e contro la legge. In non pochi casi i loro comportamenti saranno lodati e coadiuvati da politici senza scrupoli, spudorati che ambiscono a trarne profitti elettorali. Quella preziosa qualità che si chiama fiducia risulterà ulteriormente erosa ad un costo altissimo per la convivenza nel sistema politico.
Chiedere che il Presidente della Repubblica sconfessi l’operato dei magistrati concedendo una grazia comunque, al di là di qualsiasi altra valutazione di sua costituzionale e personale spettanza, prematura, è sovversivismo. Consentire che le vittime di un reato, di una rapina, si facciano giustizia da sé, confonde la legittima difesa, sottolineo difesa, con una certamente esagerata, sproporzionata reazione assimilabile alla vendetta o alla rappresaglia, non contemplate in nessun ordinamento giuridico minimamente democratico. Implementare politiche securitarie che non proteggono i cittadini, che sono quasi sempre il soggetto più debole, ma “scudano” le forze dell’ordine, apre la strada a soprusi e repressioni ingiustificabili. Va subito aggiunto che manifestazioni popolari che, regolarmente infiltrate da consistenti gruppi di violenti attrezzati con passamontagna, spranghe e altri oggetti contundenti, non sono in nessun modo, meno che mai in nome del disagio giovanile, minimizzabili né condonabili.
La fiducia nelle istituzioni, a partire dal governo, e nelle autorità, a cominciare dai ministri, non si conquista con leggi speciali e con repressione sgangherata, ma neppure con ipocrite dichiarazioni di comprensione di comportamenti violenti reattivi. Non solo non è servito a nulla in troppe precedenti occasioni, ma, semplicemente, non serve a bandire la violenza, costosa, inutile, indegna di qualsiasi comunità civile e democratica. Da tempo, esistono alternative
Pubblicato il 22 luglio 2026 su Domani
No democrazia no pace #ParadoXaforum

Ne “La Lettura” (12 luglio 2026), il supplemento libri del “Corriere della Sera”, l’articolo di apertura di Maurizio Ferrera, Difesismo. Né pacifismo né bellicismo. La terza via, è dedicato ad un importantissimo tema di politica internazionale: come mantenere/ottenere la pace. Per garantirsi la pace (si vis pacem) tra i pacifisti, che pagherebbero qualsiasi costo per preparare la pace (para pacem), e i realisti, attrezzati per la guerra (para bellum), tertium “incomodo” datur. Infatti, sostiene Ferrera, sono arrivati, espressione mia, “armi e bagagli”, i difesisti. Scoperta epocale: si vis pacem, para difesam. La mia semplicistica e, lo confesso, poco fantasiosa interpretazione, è “procedi a armarti con quantità e qualità”. Sento acutamente che c’è più di qualcosa che non va.
Ferrera e gli autori, i cui libri dello scorso decennio costituiscono il riferimento della sua amichevole analisi, sembra non abbiano mai sentito parlare di “dissuasione”. Negli anni sessanta del secolo scorso furono pubblicati non pochi volumi su questo argomento. Bisognava che gli stati, in particolare, gli stati occidentali si dotassero di armamenti tali da sconsigliare qualsiasi eventuale tentativo dell’Unione Sovietica di lanciare una guerra di attacco e di conquista. Questa linea di pensiero si tradusse in molte analisi, fra le quali citerò soprattutto quelle del grande studioso francese Raymond Aron, intelligentemente discusse da Luigi Bonanate, La politica della dissuasione (Torino, Giappichelli, 1991).
Discutere del difesismo senza segnalare i punti di convergenza e di divergenza con la dissuasione non consente di individuare ciò che è vecchio e caduco e ciò che è nuovo e utile. In maniera tranciante affermo che il vecchio contiene tuttora elementi solidi di grande importanza e che il nuovo, almeno come appare nella discussione di Ferrera, è davvero scarso e non in grado di ispirare svolte analitiche né politiche risolutive.
Anzitutto, enucleo le due componenti centrali della dissuasione: capacità di difesa e potenzialità di risposta. Entrambe servono, per l’appunto, come deterrente nei confronti di possibili aggressori che debbono sapere non soltanto che non riusciranno nei loro intenti, ma che potrebbero venire puniti, obbligati a pagare un prezzo elevato per la loro aggressione. In secondo luogo, l’elemento comune alla dissuasione e al difesismo è costituito dalla necessità, mi spingerei fino a definirlo un imperativo categorico, di armarsi con armi abbondanti, moderne, di qualità.
Non soltanto negli anni sessanta, si è detto che chi si arma innesca una corsa al riarmo. Questo riarmo accelerato talvolta è un po’ come la bellezza che, secondo una nota espressione anglosassone, “sta negli occhi di chi guarda”. Mi pare molto improbabile che il difesismo riesca a sfuggire a quegli occhi. Non promette affatto di riuscire a fare meglio della dissuasione che, ricordo, non a me stesso, ma a voi, lettori preoccupati, si dimostrò in grado di garantire quarant’anni di pace, meglio, di assenza di guerra.
La strada, come da qualche tempo vado ripetendo, è un’altra. Grazie a Immanuel Kant e con lui sostengo che si vis pacem, para democratiam, che, se la guerra la fanno gli stati abbiamo imparato e verificato che gli stati democratici non si fanno reciprocamente la guerra. Quanto più ampia è l’area delle democrazie tanto più probabile diventa che non vi saranno guerre. Un giorno, poi, elaborerò più a fondo. Nel frattempo, coerentemente, sosterrò che se fosse esistito uno stato palestinese democratico (vastissimo programma), Hamas sarebbe stato esautorato. E se la Russia non riuscirà a conseguire gli obiettivi della sua orwelliana “operazione militare speciale” contro la democratica Ucraina ci saranno conseguenze negative sull’autoritarismo putiniano. Forse ci sono già.
Pubblicato il 16 luglio 2026 su PARADOXAforum

